BLOG di Gianluca MENEGOZZO:

puoi seguirlo su TheSun.it

30.06.2016

 

 

Quando i responsabili di AQUILA & PRISCILLA mi hanno contattato proponendo di intitolare l’intervento “Un oratorio a cuore aperto” ho subito pensato “Ecco un’altra variazione sul tema: una vita a cuore aperto, un gruppo a cuore aperto, un #metticiquellochevuoi a cuore aperto…”
Eppure, a pensarci bene, se c’è qualcosa che più si avvicina al cuore di una parrocchia, alla sua anima pulsante, che permette percepire la sua temperatura reale, penso sia proprio l’oratorio!
SENZA la parrocchia si ridurrebbe ad offrire importantissimi “servizi divini” (catechismo, ACR, ecc.) relegati però a determinati incontri settimanali. CON esso, invece, diventa una palestra quotidiana dove allenare noi stessi e i nostri muscoli più importanti che sono le passioni, gli affetti, la capacità di relazionarsi. Perciò l’oratorio deve essere “a cuore aperto”, in grado cioè di accogliere tutti e contemporaneamente di incendiare chiunque metta anche un solo piede al suo interno.
Il ricordo personale è legato ad una parola, ad un atteggiamento e alla scoperta di un talento.
La parola è TORNEI di tutti i tipi (eliminazione diretta, girone all’italiana, con scambi di giocatori tra le squadre se una vinceva sempre) e di ogni sport ufficiale o non, tipo le figurine. Qualche nome? Schiaffetto, Mano in petto, Calamita… Non mi ricordo assolutamente quante ne ho vinte o perse, ma non dimentico certo le amicizie che sono nate!
L’atteggiamento è RISPETTO. Il termine oratorio contiene in sé l’idea di pregare (orare in latino), ma sinceramente non ricordo di aver pregato molto li. Anzi, la tendenza già all’epoca era quella di recitare altri tipi di rosari, soprattutto in occasione dei mancati rigori, sia ai danni della locale squadra di calcio, sia della più importante squadra di hockey su pista, che militava in serie A.
Però, anche i ragazzi a cui interessava poco credere riuscivano sempre a trattenersi per un senso di riguardo verso il Padrone di Casa e il suo Rappresentante. E poi esisteva il rispetto dell’avversario, dell’altro che, se non arrivava in oratorio, insomma… come si potevano fare due squadre? :-)))))
Una seconda parola fondamentale per la mia crescita, legata all’oratorio è CAMPOSCUOLA.
E’ solo grazie alla mie “ montanare esperienze” estive nella baita parrocchiale, che ho imparato l’amore per la natura, l’essere squadra, la divisione dei compiti e la gioia delle cose semplici, quelle che per me contano davvero. L’allegria e la spensieratezza di quegli anni, sono tesori preziosi e indelebili tatuati sul mio cuore.
Se è vero che la santità consiste nello stare molto allegri, Don Bosco starà sorridendo…
E veniamo al talento: la MUSICA. A ben vedere, in origine oratorio indicava le composizioni drammatico-musicali che negli anni ’80 (quelli della mia infanzia-prima adolescenza) sono diventate le recite parrocchiali. Ma l’oratorio, inteso come luogo, possiede una musica tutta sua: di nuovo Don Bosco mi viene in aiuto: “una casa senza musica è come un corpo senz’anima”.
Gli schiamazzi dei ragazzi, i tonfi dei palloni, i richiami urlati a squarciagola dai responsabili, gli inizi stentati con le chitarre e… il primo pubblico! Poco esigente e molto paziente, ma già con i suoi gusti. Che musica!
Intendiamoci, talento non significa necessariamente essere geni o diventare di conseguenza famosi. Però è indubbio che, se non mi fossi messo alla prova in quelle occasioni, forse suonerei ancora nel chiuso di una stanza o in qualche festa di famiglia.
Concludo con altre due immagini che associo all’oratorio. La prima è il sudore. Quanto ne sia stato prodotto da un numero incalcolabile di bambini e ragazzi, solo Dio lo sa! Ma volete mettere un pomeriggio di corse, con l’unico movimento che conoscono oggi troppi adolescenti: quello dei pollici sulla tastiera di uno smartphone?
La seconda è il sacerdote. Non sempre era presente in oratorio perché lasciava spazio e responsabilità a tanti adulti che si avvicendavano nel tenere aperto l’oratorio. Però si percepiva che c’era, quasi fosse una sorta di angelo custode che ci osservava da lontano. Ed era un modo per sentirsi al sicuro, sicuri ci fosse un Altro di ben più importante a vegliare sulla nostra spensierata età. Che sia un estate piena di LUCE!

Con affetto
Il vostro Dott. Gianluca “Boston” Menegozzo

Redazione Aquila e Priscilla