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26.05.2016

 Stefano PARDINI |   @stefanopardini

 

Avevo 10 anni.
All’inizio neanche ci andavo: mi bastava il campetto da tennis vicino casa dove ci bastava un pallone e piedi buoni per passare pomeriggi a suon di punti immaginari.
E avevamo anche un lavandino che portava con sé solo il ricordo dell’acqua; o ancora prati incolti che per noi erano immense praterie e “nascondino” era solo una scusa per riposare tanto era grande.
Non mi ricordo perché ho lasciato quella mia isola per affezionarmi al campo più regolamentare, al bar con le caramelle, ai giochi organizzati e alla cappellina sempre calda.
Fatto sta che ho vissuto gran parte della mia crescita in oratorio.
E l’ho visto cambiare, come lui avrà visto cambiare me: i campi son diventati in sintetico, l’impianto audio più potente, i riflettori più luminosi, persino le caramelle del bar non son più le stesse! Ormai le Goleador sono un tocco vintage!
Patatine – rigorosamente “del sacchetto” – scadute (ma buone!), tornei di ping-pong (o di tavolino come lo chiamavamo noi), ritiri e pellegrinaggi sono la tappa obbligata nel lungo percorso alle mie spalle.
rho_pardiniA Rho, nella mia cittadina che si atteggia da grande e si mette i tacchi e il rossetto rosso anche se è poco più che un paesino alle porte della metropoli, ci siamo passati tutti. Avevamo i cinema, avevamo le piazze ed i parchi, ma tutti siamo passati da lì: ancora oggi ci definiamo per zone parrochiali. Giusto stamattina parlavo con un’amica “di S. Paolo” (una delle nostre 9 parrocchie), che si è trasferita. La prima cosa che si è sincerata di chiedermi è stata proprio se “frequento ancora”. Per noi è ed è stato così: casa.

piramide_pardiniIo non lo so se “casa” sia stata, per me, una bella scuola di umanità e di altruismo, ma di sicuro è stata una faticosa scuola di vita.
L’oratorio, da queste parti, è stato il luogo delle prime competizioni inseguendo una bandiera, dei primi litigi per un pallone non passato, dei primi amori (e dei primi baci), delle prime lacrime, delle prime responsabilità. È stato quel luogo in cui gli anni si misurano in magliette adatte alle situazioni più estreme.
Decidere di mettermi al servizio per la Diocesi a 18 anni mi è sembrata la cosa più immediata e ovvia da fare: era portare un po’ del mio oratorio altrove e vice versa.

pardini_cardinaleCredere che l’oratorio sia l’edificio coi campi e con la rete alta intorno per non far uscire palloni che puntualmente usciranno lo stesso è dimenticare che l’oratorio è soprattutto campi più che aule. Mi spiego meglio: è all’aperto che vive l’oratorio, è in strada, è sul campo che ci si misura, sono gli occhi della signora in segreteria, o del nonnino col “bianchino” a “giocare al 2” con gli amici.

pardini_oratorioL’oratorio è esattamente il motivo per cui rimani. O per cui te ne vai.
Ho visto davvero tanti oratori in questi anni, ma ho capito che tutto passa attraverso le persone, siano esse genuine o impostate.

Lentamente la mia presenza in oratorio (e in Diocesi) va svanendo, ma non dimenticherò mai i mille modi con cui il buon Dio ha deciso di travestirsi ai miei occhi.
L’oratorio è stato luogo di incontro e il viaggio della vita, (meglio: il viaggio della mia vita) passa sempre tutto da lì. Sempre.

Redazione Aquila e Priscilla